Fear to be free - Colonia Agricola
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Fear to be free

Tutti i martedì e i giovedì, per poco più di un mese, ci
sediamo qui fuori, all’aperto.
Colonia Agricola in fatto di spazi non si fa desiderare:
sotto l’ombrellone o sullo sdraio, in biblioteca o
sull’erba, c’è l’imbarazzo della scelta.
Siamo ragazzi che hanno appena finito la scuola, anche
se alcuni di noi devono ripetere l’anno: nessuno è
perfetto. Altri lavorano. Finché non succede qualcosa di
meglio, finché non torna la voglia di continuare gli studi,
si va a lavorare. E guai a lamentarsi. Perché c’è anche chi
ancora un lavoro non ce l’ha.
Dal carcere, con amore.

Qualcuno una volta mi ha detto che “la libertà è nel cuore”.
È un concetto chiaramente difficile da comprendere per una persona che nella propria vita non ha mai subìto una prigionia o che non ha vissuto in un luogo lacerato dalla guerra o da una dittatura;

l’essere umano è abituato (per la maggior parte) a non subire grosse costrizioni, a parte le regole base non scritte della nostra società, ma quando ci vengono posti dei limiti dentro di noi, per minimi che siano, scatta quel senso di apatia e d’incomprensione verso il mondo che ci circonda: questo è l’esempio applicato nella vita di ogni giorno nel lavoro, a casa, in famiglia e nei locali di ritrovo; ora però allarghiamo l’esempio per arrivare al nostro punto di vista, quindi alla costrizione fisica.

Anche qui, come fuori, tutto ruota attorno alla nostre scelte passate e presenti: si dice che le colpe dei padri ricadano sui figli e che la scelta fatta in un secondo si ripercuota nel tempo restante della nostra vita. Questo per sottolineare che non siamo sempre liberi di scegliere, ma viviamo per come siamo e per dove siamo cresciuti. Bisogna sempre tenere conto di questo per capire come una persona arrivi ad essere quello che è:

la società è una, ma le divisioni in essa sono migliaia; se veniamo educati in un certo modo per noi sarà difficile capire dove gli altri dicono che noi sbagliamo, così nasce il conflitto con la società primaria e paghiamo il caro prezzo della libertà tolta. Ciò non toglie che tutti possiamo cambiare e trovare il coraggio di fare nuove scelte.

Così un essere umano, se pur recluso nel corpo, troverà la libertà dell’anima e della mente.
In poche parole la libertà non è uno stato fisico, ma mentale, che si può raggiungere solo uscendo dai soliti schemi della società, perché se ci fermassimo ai pensieri altrui ci sentiremmo sempre costretti.

Lasciatevelo dire da chi la libertà non ce l’ha.

LUCKY, MICHELE, AGNELLO.

Cambi perché lo vuoi te.

L: “Prima ero cattivo. Cioè, ero aggressivo, non mi comportavo bene, ero un incosciente. Un vero pezzo di merda.”
A: “Meno male che te lo dici da solo… E poi? Il carcere ti ha cambiato?”
L: “No, credimi. Il carcere non ti fa diventare migliore o peggiore. Il carcere non ti cambia, non ti insegna a vivere meglio. Cambi perché lo vuoi te, indipendentemente dal carcere. Se sono cambiato è una cosa mia. Sono arrivato a un’età in cui dico Basta, voglio cambiare. Posso farlo. Ma non c’entra il carcere. Con l’articolo 21, che mi ha dato la possibilità di venire a lavorare qua, ho invece cambiato idea sul valore dei soldi: qui sudo per guadagnare e faccio fatica a buttare via i soldi. Me li tengo stretti.”

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Con la tua ragazza come fai?

N: “Con la tua ragazza come fai?”
L: “Come fai cosa?”
N: “Come fai a…”
L: “Ad avere un rapporto? Deve essere brava lei. La mamma di mio figlio mi ha lasciato per la condanna che ho preso. Da un lato è meglio restare da soli, piuttosto che vivere con il tarlo se la tua donna ti tradisce o no… Poi ho trovato questa ragazza, lei era disposta ad aspettarmi. E’ venuta per anni tutte le settimane a trovarmi al colloquio in carcere. Ora però sono in semilibertà e gli equilibri sono diversi. Non sono più l’uomo della mezzora a settimana, divento più ingombrante. Ora ci sono, o potrei esserci, più spesso e anche fisicamente. L’impegno è diverso, capisci?”
N: “Ma a questo hai pensato solo te o ne avete parlato?”
L: “No. C’ho pensato io.”

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Serve una mano?

L: “Ma cosa dobbiamo fare noi il 4 ottobre? Voi suonate, giusto? Noi, se volete, vi aiutiamo a montare il palco”
F: “Sì, certo, grazie. Ci piacerebbe anche se voleste salire sul palco…”
L: “Ma sei matto? Magari con il pigiama a righe?”
F: “OK, ma potete condividere un pensiero, raccontare un’esperienza. Ad esempio: oggi mi sono svegliato, ho pensato questo e ho fatto questo. In questa situazione. Cose che per voi sono normali…”
A: “Oggi io mi sono svegliato, mi ha chiamato l’avvocato e mi ha detto che non scarcerano. Non è tanto bello come pensiero, no?”
F: “No. Non è tanto bello. Però, ad esempio, una cosa del genere… a me non è mai capitata. Hai capito?”
A: “Eh, ho capito. Ed è meglio che non ti capiti mai”

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‘Normale’ sarai tu.

L: “Il concetto di NORMALITA’ è molto diverso quando sei in carcere. Ad esempio in carcere è normale dirsi 60 volte al giorno Buongiorno. Non esiste che non ti dici Buongiorno almeno 60 volte.. Ogni volta che ti vedi: Buongiorno.”
A: “Ma… non è normale neanche in carcere secondo me”
L: “Invece sì. C’è qualcuno che si offende se non gli dai il Buongiorno”
A: “60 volte al giorno?”
L: “Anche di più. Ogni volta che lo incontri, Buongiorno”
A: “Ah sì?”
L: “Eh sì”
A: “Per me è lui a non essere normale”
L: “Ma anch’io lo facevo… Funziona così.”
A: “Sarà stato un periodo brutto anche per te…”
L: “A chiunque dicevo Buongiorno”
A: “Ho capito, se ti incontro una volta ti saluto. Ma ogni volta che ti vedo…”
L: “Ogni volta, sempre. E ogni volta che passo davanti alla tua cella, offri il caffè. Non è normale offrire 40 caffè, ti pare?”
A: “Non è neanche normale berli 40 caffè”
L: “In carcere è così, lo so che sembra strano. Ma è così.”

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Scapperei di casa.

F: “Adesso ho la fissa che voglio uscire di casa”
L: “In che senso?”
F: “Nel senso che vorrei essere indipendente, vivere per conto mio.”
L: “Vuoi andare via di casa? Ma come fai se non hai un lavoro?”
F: “Appunto. Ora mi iscrivo all’università, devo sceglierne una che mi garantisca facilmente un lavoro…”
L: “Quindi comunque ti devi prima laureare. Poi devi trovarti un lavoro. Ma fino alla laurea dipendi dai tuoi genitori, è normale. Non avere fretta di uscire di casa. Guarda me, sono uscito che avevo 14 anni. E ne ho fatti altrettanti di galera…”

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Papà dov’è?

R: “E con i figli come fate? Cosa dici a tuo figlio?”
A: “Eh, bel problema. Gli dici che si fanno degli errori e che bisogna pagare: ‘vedi quanto stai soffrendo? E quanto soffre papà? Sono errori grossi che non bisogna fare'”
L: “Mio figlio era piccolo quando mi hanno arrestato. Gli dicevo che ero via per lavoro. Nel frattempo mi hanno spostato in 2-3 carceri diverse e lui mi chiedeva “ma cambi sempre posto di lavoro?”. Un giorno gli ho detto la verità: si è incazzato, non mi voleva più vedere. Si vergognava di me e non mi perdonava il fatto di avergli detto una bugìa.”
G: “Comunque un figlio accetta l’assenza del padre quando lavora ed è sempre fuori casa. Con il lavoro giustifichi l’assenza del padre. Con la galera ti vergogni.”

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Oggi voglio scegliere di dire di No.

L: “Ne ho fatti troppi di anni. Dentro, poi fuori, poi di nuovo dentro. Ora penso che ho buttato via la mia vita. Ti rendi conto? L’ho buttata in galera. Quando uscirò voglio trovare un lavoro, lo sto già cercando, perché non voglio più ricascarci. Oggi voglio scegliere di dire di No.”
N: “Perché prima non potevi scegliere?”
L: “No, non ho scelto. Sono cresciuto in un ambiente dove ti dicono che rubare è giusto. Devi rubare per mantenere la tua famiglia e non ci sono altre strade. Lo fanno tutti quelli che hai intorno, quindi devi adeguarti e farlo anche tu. Non ti poni neppure il problema se sia giusto oppure no. Se sia legale o contro la legge. E tu, scusa, che sei stato bocciato… Non potevi scegliere di studiare?”
N: “Anch’io ho vissuto un periodo molto difficile nella mia famiglia. Davvero molto difficile. Penso di non aver potuto scegliere.”

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Le esperienze insegnano, ma…

F: “Hai imparato cosa dalla galera?”

M: “A perfezionarmi nel crimine… (ride). In carcere parli solo di crimine, non si riesce a parlare di altro. Guardi la TV, ascolti la radio e parli di crimine. Sono entrato per un reato e oggi è come se avessi fatto una scuola di specializzazione per impararne altri dieci…”

F: “Beh, fra poco sei fuori. Sei contento di uscire, no?”

M: “Come hai detto scusa? (ride) Ecco, questa è una domanda che non devi mai fare. E’ proprio una domanda inutile: chiedere a un detenuto se è contento di uscire…”

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Se la devi fare, scegli di farla bene.

F: “C’è bullismo in carcere? Devi saperti difendere?”

L: “No, quelle sono scene da film. In carcere, se fai il prepotente con i più deboli, che ne so, con un ragazzo appena maggiorenne, qualche sganascione non te lo toglie nessuno. La prima volta che mi hanno arrestato ero molto giovane ma ho trovato un detenuto che mi ha aiutato, mi ha insegnato a sopravvivere. Anch’io adesso mi comporto così, con i più giovani. Quando ne vedo entrare uno, gli faccio subito un bel discorso: “Stai facendo la galera. Che tu la faccia bene o male, sempre galera devi fare. Quindi cerca di non dannarti, di pensare ad altro e di farla meglio che puoi.” Se non hai scelta, se non sei libero di decidere, almeno scegli di fare le cose fatte bene.”

F: “Tu cos’hai fatto per fartela passare?”

L: “Ho fatto tanta palestra. E poi sono andato a scuola.”

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Che tempo fa in carcere?

N: “Mi chiedo se il tuo concetto di Tempo è uguale al mio.”

L: “Ma, guarda, adesso è diverso perché sono in semilibertà. Vieni qui, lavori, torni in carcere e ti fai la doccia. Mangi e vai a letto, la giornata è finita. Ma prima, quando stavo tutto il giorno in cella, era dura. Vivi là dentro. Se non vai d’accordo con un tuo compagno, metti caso, è la fine. Ma anche con le amicizie, sai, è tutto falsato. Se stai 24 ore su 24 con una persona, io ad esempio ci sono stato per 4 anni, diventa più di tuo fratello, più di tua madre o di tua moglie: quando mai stai 24 ore su 24 con tua moglie? Gli dici tutto, non hai segreti. Ma quando esci dal carcere non è più la stessa
cosa. Quel rapporto che ti sembrava il più intimo della tua vita non c’è più.
E non ci sarà mai più fuori dal carcere.”

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